lunedì 30 marzo 2009

Roma. Diciotto fotografie.

Giunta fino a noi direttamente dall'antichità, gran teatro della vita come della morte, Roma contiene e addomestica nella sua interezza l'indubbia varietà della storia. Roma è troppo ed allo stesso tempo troppe cose insieme: una di fianco all'altra, una sopra l'altra, una dentro l'altra. Una stratificazione che si può risalire, certo, ma che non di rado diventa difficile da interpretare per tutto quello che c'è di nascosto. Forse per tale motivo in questo diario fotografico della città ho preferito dare spazio ad immagini in qualche maniera "diverse", dove il logico e l'atteso lasciano il passo al paradosso ed al rovesciamento alla perenne ricerca di quanto sta oltre le cose e la loro apparenza. Tutto è assurdo ed insieme possibile, magico e grottesco. Le torri minacciose, ora storte e pericolanti, i vicoli silenziosi sempre umidi e bagnaticci, le sciabolate di sole sui tetti al tramonto. Freud davanti al Mosé. Pasolini in giro per le borgate. Souvenir e scale sante. Gatti e lupi. Panem et circenses. Nient'altro che Roma, dunque. Una Roma che fa della sua memoria un simbolo, e sopra questo simbolo comodamente si addormenta.
(Germano Panettieri)



Fotografando



Una mattina a Campo de' Fiori

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mercoledì 10 settembre 2008

***************DIARIO IN BOLIVIA***************

Mi affaccio dal finestrino e una vampata calda mi accarezza la faccia. L'aria è satura di sabbia. Una signora corpulenta cammina con abilità lungo i corridoi del treno, portandosi dietro una grossa cesta piena di empanadas e pollo fritto. Presenta la sua succulenta mercanzia con voce stridula, lasciando ogni tanto qualche impronta d'olio sul grembiule verde che le sottolinea i fianchi generosi. Mi fermo a osservare una bellissima ragazza con delle trecce lunghissime e dei splendidi occhi scuri. Sulle spalle tiene legato con un grosso nodo un aguayo, il tradizionale tessuto andino. Ha una bella dentatura bianca, mani piccole e i polsi pieni di braccialetti di rame. Mi dice che ormai manca poco e in effetti dopo meno di venti minuti cominciamo a rallentare. Il treno sembra un grosso gigante stanco, che arranca a fatica tra frenate brusche e accelerate rumorose. Ci lascia in piena notte in una rumorosissima stazione ferroviaria, scaricando il suo ventre sovraffollato di passeggeri. Appena scendiamo veniamo sopraffatti da un odore di fritto che si attacca ai vestiti, intorno e' pieno di chioschetti improvvisati dove è possibile mangiare pollo fritto, empanadas al formaggio, riso, manioca, caffé, refrescos e poi l'immancabile majadito – un piatto tradizionale composto da riso, pollo e manioca fritta -. Fa caldissimo. L'umidità agisce sul corpo come una droga naturale, rallentando la capacità di movimento. I passeggeri ormai a terra sembrano tante formiche sovraccariche ancora intorpidite dall'aria viziata del treno. Sopra di noi un cielo che trabocca di stelle luminosissime. Poco lontano la grossa statua di una ragazza con indosso il tradizionale abito chiquitano che le scende maliziosamente sulle spalle. Sembra quasi volerci dare il benvenuto. Benvenuti a San José de Chiquitos, Bolivia.
Negro, Mosi e don Elio sono venuti a prenderci. Saliamo sulla vecchia toyota corolla col volante trapiantato da destra a sinistra, dopo esserci abbracciati a lungo. Arrivare a San José é un pò come tornare a casa. A volte penso che sia il posto più ospitale del mondo ma è solo un pensiero fra i tanti che adesso mi scorrono in testa. Mi accendo una sigaretta e comincio a tracciare col dito la strada, sulla sinistra l'aldea de ninos, poi la strada del mercato dove ci sono gli alberghi "non per turisti", la macelleria all'angolo e poi la via di casa. Non ci sono indicazioni, non ci avevo mai fatto caso. Neanche se ne sente la mancanza, a dire la verità. Quando riconosco il campanile della chiesa capisco che siamo arrivati. In casa sono tutti svegli ad aspettarci. Anche Beethoven e Chulin scodinzolano felici. Sul tavolo c'è del pane e un pò di mate caldo ma siamo troppo stanchi. Ancora qualche abbraccio, il tempo di sistemare il mosquitero e poi a dormire. Fuori il silenzio. Fisso la tenda bianca gonfiata dal vento e sbircio fuori fino a che non mi vince il sonno. Sono a casa.

San José de Chiquitos si trova nel dipartimento di Santa Cruz, nella parte orientale della Bolivia. E' una delle sette missioni gesuitiche della Chiquitania, insieme a San Miguel, San Ignacio de Velasco, San Javier, Concepcion, Santa Ana e San Rafael. Durante l'epoca della dominazione spagnola l'influenza dei missionari gesuiti è stata molto forte in queste zone e le bellissime chiese in stile barocco-chiquitano sono una testimonianza dell'incontro fra la cultura chiquitana e la religione cattolica.
La facciata della chiesa di San José ha una forma regolare. All'interno grosse panche di legno massiccio, pavimento in terracotta, la lunga navata che conduce a un abside sontuoso. E' un luogo che rapisce, anche chi non è credente. C'è come una strana energia che pervade e predispone al raccoglimento. La chiesa non è mai chiusa e non è mai vuota. Il bisogno di pregare qui non ha orario e la fede pervade ogni aspetto della vita collettiva, nutrendosi di credenze popolari oltre che del tipico umorismo chiquitano. Camminando per le strade polverosissime di San José l'impressione che si ricava è quella di quiete, forse anche per via del caldo tropicale. I ritmi sono dilatati e la lentezza non sembra rappresentare un problema. La piazza davanti alla chiesa ruota intorno a un chioschetto in ferro battuto dove si tengono i concerti durante le feste. Agli angoli delle strade qualche banchetto di caramelle e sigarette sfuse. Qui siamo nella Bolivia tropicale, terra di immense pianure fertili, prossima alla frontiera col Brasile. I grossi latifondi di agricoltura industriale si trovano qui, dove l'abbondanza di terra buona e la debolezza dei sindacati agrari favoriscono lo strapotere delle oligarchie terriere. Adesso, con Evo Morales al governo, sembra che le cose stiano cambiando. Rifletto sull'immenso potenziale di queste terre, sulla generosità di una natura particolarmente prodiga che le logiche del profitto riescono a pervertire. Ci fermiamo a prendere un refresco alla pesca e a chiaccherare un po' con Jaime e Rosi. Non sono di queste parti, vengono dalle zone dell'altopiano, nella Bolivia occidentale. E' facile intuirlo non solo dai loro tratti tipicamente andini ma anche dall'abbigliamento di Rosi, tipico dell'altopiano. Qui chiamano colla le persone dell'altopiano, con un misto di diffidenza e razzismo. Le vicende politiche dell'ultimo trentennio hanno ridotto la Bolivia a un paese diviso, in cui i ricchi dipartimenti orientali si oppongono al centralismo delle regioni andine. Forti delle loro economie dominanti – qui si trovano le riserve di petrolio e gas naturale – le zone della cosiddetta “mezzaluna fertile”, capeggiate dal dipartimento di Santa Cruz, dove ci troviamo, si oppongono tenacemente alla politica “indigenista” di Evo Morales, rivendicando un'autonomia politica che consenta una gestione decentralizzata della ricchezza. In altre parole evitare la redistribuzione dei proventi delle esportazioni su scala nazionale. E non è cosa da poco, se si considera che il dipartimento di Santa Cruz contribuisce da solo a circa il 30% del PIL nazionale.

La Bolivia è il paese delle contraddizioni, dei conflitti permanenti, con una polarizzazione sociale fortissima, una ricchezza culturale enorme e una rara abbondanza di risorse naturali. Un paese con alle spalle tanta storia di lotte sindacali e contadine, spesso umiliato da politiche economiche ingiuste ma mai vinto. La politica, quella vera, qui si fa nelle piazze, nelle strade, marciando in migliaia per chilometri fino ai palazzi del potere. Morales è riuscito a vincere le elezioni grazie al sostegno dei movimenti sociali e alla lotta popolare contro le privatizzazioni dei beni comuni. Come dire, i politici a lezione dal popolo e non viceversa.
Ritorno dalle mie riflessioni, saluto Jaime e Rosi e mi avvio con gli altri verso casa. Sono quasi le 12, dona Ausencia avrà già preparato il pranzo.
Sveglia alle 5 e mezza. Il solito canto del gallo, stamattina particolarmente audace. Oggi cominciamo il lavoro alla fattoria sociale o scuola d'azione, come ci piace chiamarla. Sono circa quindici ettari di terreno, dove adesso crescono pomodori, fagioli, alberi di limoni e canna da zucchero. Due anni fa abbiamo lavorato per ripulire il campo, costruire il pozzo e la pompa per l'acqua. E' stato un lavoro enorme, soprattutto per chi il pozzo l'ha costruito veramente. Noi volontari ci abbiamo messo tanta volontà, un bel pò di inesperienza e poca resistenza alla fatica fisica. Ma abbiamo imparato tanto, soprattutto cosa significa essere parte di un progetto e lavorare insieme per realizzarlo. Fidel è già al lavoro. Ogni tanto ride di noi. In effetti è uno spettacolo divertente vedere Marco recintare l'orto col filo spinato, Martina e Lucilla maneggiare l'ascia o Germano dissodare il terreno. Siamo una squadra di idealisti impenitenti e imbranati. E il sole non perdona. Per fortuna c'è la foglia di coca a tirarci un pò su. Fidel è di Vallegrande, una delle province del dipartimento di Santa Cruz. A Vallegrande furono catturati "Che" Guevara e i suoi, mentre cercavano di preparare la rivolta popolare nell'inospitale selva boliviana. E' un tipo scherzoso, Fidel, a tratti irriverente ma assolutamente genuino. Anche se esile di corporatura ha una resistenza fisica impressionante. Con i ragazzi parla di donne e cerveza, a noi riserva argomenti meno "da uomini". Quella contro il machismo è una battaglia contro i mulini a vento da queste parti, soprattutto nelle zone rurali. Anche se hai una vanga in mano, una salopette da lavoro, un bolo di coca in bocca e un mozzicone di sigaretta in mano rimani sempre una mujer, magari un pò sui generis ma sempre mujer. Rido di questo, anche se mi fa un pò rabbia, mentre cerco disperatamente di far camminare dritta la carriola piena di sterpaglie, con Fidel che mi guarda divertito. Ho le tasche piene di limoni e le mani sporche di terre. Lo spirito alle stelle, anzi alle nuvole.
Quando sentiamo il rumore del motore, capiamo che è ora di tornare a casa. Carmen, Anamaria e Fabiola sono venute a prenderci. Carmen è la responsabile dei progetti qui a San José. E' una persona formidabile, testarda all'inverosimile e fiera. Ha studiato economia agraria all'università di Santa Cruz. Saliamo sulla macchina, tre sul sedile posteriore e due nel portabagagli. Sbucciamo qualche arancia, Marco arrotola una sigaretta e Germano scatta qualche foto. Propongo di cantare una canzone, De André, Guccini, Modena City Ramblers, qualche stornello romano magari. L'idea piace a tutti.

Una delle cose che più mi piace fare a San José è comprare il pane. Molte donne lo fanno in casa e poi lo vendono ancora caldo. La sera ceniamo con una tazza di caffé caldo o mate di coca, un pò di pane, la marmellata di dona Eraida e magari qualche focaccina al mais impastata dalle mani preziose di dona Ausencia. E' una vecchietta silenziosa e riservata, gelosa del suo regno incantato che è la cucina, dove sforna, taglia, impasta, mescola e frigge come una maga gelosa delle sue formule magiche. Non sa scrivere né leggere. Non l'ho mai abbracciata perchè mi sembrerebbe di violare il suo codice discreto ma le voglio un gran bene. Il giorno in cui abbiamo condiviso la ricetta della torta alle mele ho capito di aver conquistato la sua fiducia e ne vado orgogliosa. E' il nostro segreto.
Oggi andiamo nelle comunità rurali, poco lontane da San José. Henry passa a prenderci col solito furgoncino rosso carico di buste di insalata, corde e casse di pomodori. Lavora per il Plan de desarrollo indigena. E' una persona dolce e disponibile, conosciuto e ben voluto da tutti. Nelle comunità ci accolgono con la consueta ospitalità, visitiamo la scuola, l'ambulatorio, i laboratori di artigianato e gli orti comunitari. Junior e Julio Conrado stanno portando avanti un laboratorio itinerante di pittura creativa. Quest' anno è arrivata anche l'illuminazione elettrica qui nelle comunità. Ci fermiamo a Ramada per dare una mano nella raccolta dei pomodori. Tra risate generali e qualche raccomandazione riesco anche a montare senza sella un malandato ronzino non troppo contento di avermi sul groppone. Dopo il bagno al fiume e il pranzo a casa di dona Maria ci riuniamo con le donne per discutere dei progetti, fra battute, risate complici e caffé in abbondanza. Il problema adesso è la pompa dell'acqua e l'amministrazione dei fondi da parte del Plan, che sta creando non pochi dissapori tra le comunità. Ma si continua a lavorare. Si fa buio ed è ora di tornare a San José.
Quando va via il sole si apre un fiore bianco che qui chiamano maliziosamente duena de la noche. Ha un profumo buonissimo, dice Martina, fra le inevitabili risate generali.

San José è un pueblo piccolo. Le strade sono sterrate e l'unico punto di ritrovo è la piazza principale davanti alla chiesa. C'è la scuola di musica, che tiene viva l'antica tradizione della costruzione di strumenti musicali. Il legname qui è abbondante, nel bosque seco chiquitano. E poi c'è Radio Nativa di don Konrado, la voce di San José e una delle persone più belle che io abbia mai conosciuto. Ha origini tedesche ed è uno dei cittadini più popolari qui a San Josè insieme a don Elio, memoria storica della Chiquitania. Turisti ce ne sono pochi, qualche volontario che collabora con le suore dell'orfanotrofio e ogni tanto qualche viaggiatore alla ricerca di itinerari non da guida turistica. L'ospitalità qui ha radici antiche e il piacere di stare insieme è la vera risorsa. Forse a Roma la chiamerebbero indolenza ma è perchè non sono mai stati a San José. Al di là della retorica sul "chi ha meno vive meglio" o sulla "riscoperta delle cose semplici" mi verrebbe da dire che qui a San José è ancora possibile svegliarsi la mattina di buon umore, sudare di fatica ma farlo tutti insieme, godersi la siesta dopo pranzo e "perdere tempo" fregandosene del tempo. Non ho mai riportato cartoline da San José ma solo la cara de abuelo che mi ha regalato Marlene, le borse dipinte a mano e un pò di terra rossa di Irpias. E poi volti e risate. Tante risate.
(Francesca Casafina)

martedì 9 settembre 2008

El Che. Vallegrande. La Higuera.


Se per un qualunque motivo, anche se è improbabile, non potrò più scrivere e mi toccherà poi lasciarci la pelle, considerate queste righe come un congedo, non molto magniloqiente ma sincero. Ho attraversato la vita tra urti e sobbalzi cercando la mia verità, e ormai su questa strada e con mia figlia che mi perpetua, ho chiuso il ciclo. Da qui in poi non considererei la mia morte una frustrazione ed esattamente come Hikmet "porterò nella tomba solo il rammarico di un canto incompiuto".

(Ernesto Guevara alla famiglia)





giovedì 13 dicembre 2007

----- L'OMBRA DISTRATTA DEL PARADISO -----


Percorso immaginifico all'interno del Cimitero Acattolico di Roma

“Io ascolto sempre le storie che i posti vogliono raccontare e il Cimitero degli Inglesi mi ha svelato la sua. Tutto iniziò la prima volta che ci venni, esattamente venti anni fa: ne rimasi letteralmente stregato. Aveva un’aria così decadente, quasi apocalittica.” Con queste parole Germano Panettieri introduce il Cimitero Acattolico di Roma, luogo dell’ultimo riposo di poeti, artisti, musicisti e studiosi, ma anche di tante persone comuni con le proprie storie di vita e di morte. Tutto insieme mescolato dal tempo e dalle religioni: tra i danni dell’incuria, le carezze di chi vuol riparare, i ricordi spezzati, i su e giù della vita, le curve, le sconnessioni, le storture e le stratificazioni. Addentrarsi al suo interno consente di leggere nella pietra dei monumenti come un mondo si sia trasformato, e con esso il senso della memoria della nostra società; consente di capire come alla diversità della sua rappresentazione corrisponda il diverso significato che di volta in volta si è dato alla presenza della morte nella città dei vivi. Una storia particolare, naturalmente, raccontata dalle migliaia di lapidi, cappelle, tombe e monumenti che costituiscono la segnaletica morale di questa moderna necropoli, ma anche l’arredo urbano di una città che aveva fatto della raffigurazione pubblica del dolore privato, un messaggio, una testimonianza da lasciare in eredità. Una storia finita, però, sospinta in un vicolo cieco da una mutazione della sensibilità che preme verso altre forme di distacco come la cremazione ad esempio, la quale nonostante le sue premesse sociali e funzionali di fatto sancisce un’ulteriore privatizzazione della morte riducendola a patto del singolo con la sola memoria familiare: senza tracce cioè della sua incidenza pubblica e del suo valore testimoniale. Liquidiamo la morte come un tabù da esorcizzare con la promessa biologica delle lunga vita insomma, relegandone la memoria nell’anacronismo di un’archeologia privata e sentimentale. Accusando di retorica la memoria, non abbiamo imparato a costruirne una nuova raffigurazione: sottratti alla vita, monumenti e cimiteri come questo sono diventati ornamenti del passato, non più utili strumenti di riappropriazione di quel che fu. Forse proprio per tale motivo all’autore non interessa il compianto, quanto il paradosso. Il paradosso rappresentato proprio dai suoi scatti che segnalano un’assenza mentre raccontano una presenza, facendo di questa sorta di reportage non una meditazione sulla morte ma sulla vita. Osservando con attenzione queste foto noteremo come ognuna delle lapidi o statue o cippi inquadrati dall’obiettivo ha una forma a sé, una forma pensata all’interno del tutto come un appassionato gioco di prestigio atto a riprendere quel discorso comune fatto di sottile intimità con il soggetto fotografato. Una intimità che, come in certi amori instancabili, non cessa mai di chiedere sempre maggiore vicinanza.

mercoledì 12 dicembre 2007

E mi sovvien l'eterno..e le morte stagioni

martedì 11 dicembre 2007

Breve ma veridica storia del Cimitero Acattolico di Roma




“Una mescolanza di lacrime e di sorrisi, di pietre e di fiori, di cipressi solenni e di cielo luminoso, che ci dà l’impressione di uno sguardo alla morte dal lato più felice della tomba.”

Con queste parole Henry James descriveva nel 1873 il Cimitero Acattolico di Roma che, situato a ridosso delle Mura Aureliane proprio accanto alla Piramide di Caio Cestio, è uno dei cimiteri più antichi e suggestivi d’Europa. In uno spazio di appena due ettari quasi quattromila persone vi hanno trovato sepoltura, per la maggior parte inglesi e tedeschi, anche se rilevante è la presenza di americani, scandinavi, russi, greci e, naturalmente, italiani.
Dal momento che la Chiesa Cattolica vietava di tumulare in terra consacrata coloro che per nascita o per condotta di vita non si fossero uniformati alle sue regole (e quindi protestanti, ebrei e ortodossi, ma anche suicidi, prostitute e persino attori), dopo morte queste persone venivano seppellite al di fuori delle mura sancendo in questo modo la loro “espulsione” dalla comunità cristiana cittadina. Un cimitero in massima parte riservato agli attori, ma anche alle prostitute che nella zona esercitavano la professione, era situato presso il “Muro Torto”, tra il Pincio e Piazzale Flaminio. Il cimitero degli ebrei si trovava invece sulla collina dell’Aventino, di fronte al Circo Massimo, e veniva volgarmente chiamato “ortaccio degli ebrei” (oggi vi sorge il Roseto Comunale). La nascita del Cimitero Acattolico è ancora adesso abbastanza controversa. Certo è che, nonostante la riluttanza della Chiesa, il problema di riservare un’area per la sepoltura degli eretici divenne sempre più pressante nel periodo del “Grand Tour”, quando gli stranieri di estrazione sociale elevata che si recavano a Roma aumentarono notevolmente e non potevano più essere sepolti con prostitute o suicidi. Con una certa sicurezza possiamo affermare che la prima persona a venir seppellita nell’attuale zona cimiteriale fu uno studente venticinquenne di Oxford a nome Langton, nell’anno 1738; anche se la fondazione vera e propria del cimitero viene tradizionalmente fatta risalire al 1765 quando un giovane patrizio di Hannover perì cadendo dalla sua carrozza sulla via Flaminia: avendo egli espresso in precedenza il desiderio di essere sepolto a Roma, all’ombra della Piramide Cestia, fu esaudito dallo stesso Papa che così legittimò ufficialmente la creazione del cimitero. Comunque ancora agli inizi dell’Ottocento la zona del Cimitero Acattolico faceva parte dell’Agro ed era nota come “prati del popolo romano”: territorio di feste e di bivacchi notturni quello intorno al monte Testaccio, dove la città aveva le sue osterie ed i suoi ritrovi allegri e goderecci tanto che, ancora nel 1810, si legge in opere di memorialisti inglesi come le tombe venissero talvolta profanate da fanatici e da ubriachi. E’ naturale che, continuando quella ad essere una zona di divertimenti popolari, si facesse impellente il bisogno di recingere e proteggere il Cimitero. Così nel 1817 una zona confinante i “prati”, fu recintata a spese delle autorità pontificie ed è oggi chiamata “zona vecchia”. Mentre fu solo nel 1824, dopo aspre critiche da parte del Parlamento inglese, che Leone XII acconsentì alla recinzione della zona primitiva del cimitero, detta “parte antica”, con una specie di fossato, unica difesa per circa mezzo secolo (il muro che oggi circonda la “parte antica” è stato infatti eretto intorno al 1870). Il 16 agosto del 1894, poi, l’Ambasciata di Germania, anche a nome delle Colonie Estere Acattoliche, acquistò 4.300 metri quadrati in aggiunta all’area cimiteriale esistente, completandone definitivamente l’assetto. Non è semplice avere notizie esatte sulle persone da allora sepolte. Il registro che si trova all’ingresso principale con indicazione del nome e del numero di tomba del defunto, non dà ragguagli sulla professione e sulla nazionalità. Come indica il nome ufficiale il Cimitero Acattolico di Roma è il luogo per l’ultimo riposo non solo dei protestanti, ma anche degli stranieri non cattolici più in generale. Definito da Oscar Wilde “il posto più sacro di Roma”, molti sono gli artisti, o comunque i personaggi di un certo rilievo, che qui riposano. Tra gli altri ricordiamo Gregory Corso (uno dei più importanti poeti della beat generation); Belinda Lee (notissima attrice inglese); William Story (scultore statunitense, sepolto accanto alla moglie sotto il proprio lavoro Angel of Grief); Hendrik Andersen (scultore svedese); Karl Briullov (grande pittore russo); August von Goethe (unico figlio del grande poeta tedesco); Mohammad Hassein Naghdi (leader della resistenza iraniana, ucciso a Roma nel 1993) e molti altri ancora. Certo è che gran parte della fama di questo luogo, è dovuta alla presenza delle tombe dei due celebri poeti romantici inglesi: Percy Bysshe Shelley e John Keats. La vita li fece conoscere, favorendone in questo modo l’amicizia, ma fu la morte a legarli per sempre. Quando giunge in Italia, nel 1822, Shelley ha già una discreta fama di autore anticonformista ed ha da tempo provveduto a rompere definitivamente con la propria famiglia di appartenenza dopo l’espulsione dalla Oxford University. E’un giovane impregnato di credi filosofici rivoluzionari, tra cui il libero amore ed infatti ha lasciato la sua prima moglie per la giovanissima Mary Godwin (scrittrice anch’essa ed autrice del romanzo Frankenstein), anche se finirà per innamorarsi della sorella di lei, Claire. Il giovane poeta ha in sé delle ferite, la cui origine non ci è dato conoscere né indagare: soffre di nervi, si accende facilmente. Studente focoso e disordinato, a Eton lo ricordano remare ore lungo il Tamigi per placare i frequenti eccessi di collera. Giunto in Italia, in Liguria, dove per la prima volta apparirà felice, strinse un intenso sodalizio con un altro poeta inglese, Lord Byron. Leggenda vuole che un giorno, sul tratto di costa tra Pisa e Lerici, Byron cercò di insegnargli i fondamenti del nuoto, invitandolo innanzi tutto a tuffarsi e lasciarsi risalire naturalmente. Ma notò con orrore che, raggiunto il fondo, questi se ne stava giù, immobile, e dovette tuffarsi ed immergersi per salvarlo dalla morte. Al contrario di Shelley, che era sceso in Italia per scelta e vocazione trascorrendovi forse gli anni più belli della sua vita, John Keats vi giunse già irrimediabilmente condannato dalla tisi rivelatasi all’età di venticinque anni con un emorragia improvvisa. Energico, emotivamente fragile ma fisicamente robusto, sempre portato all’eccesso, pensava di imbarcarsi come medico di bordo su di un qualche bastimento sfruttando la sua laurea in medicina: si era sempre rifiutato di praticare ma, erosi i pochi capitali, vivere di letteratura diveniva sempre più difficile. Lo sbocco di sangue pose fine ad ogni indecisione. Keats aveva da poco tempo perso il fratello Tom per lo stesso male ed il suo medico gli consigliò, come tentativo estremo, il mite clima italiano. Shelley gli scrisse invitandolo a Pisa, ma Keats aveva già provveduto ad affittare un piccolo appartamento a Roma, in Piazza di Spagna 26, ora divenuto casa museo. Nel settembre del 1820 s’imbarcò, accompagnato da Severn, un suo amico pittore, in un viaggio atlantico estremamente difficoltoso. Giunto nel nostro Paese visse da novembre a febbraio nella piccola abitazione romana, assistito dall’amico che gli scaldava nel camino i pasti acquistati in una trattoria vicina. Crudele paragonare il suo arrivo in Italia a quello di Shelley. Roma non era per lui una meta culturale ma il punto d’arrivo di una parabola esistenziale troppo breve, poiché pur avendo deciso impetuosamente di tentare la sorte, non si era mai illuso: morì infatti, all’età di soli ventisei anni, il 23 febbraio del 1821. Pare che sentendo la morte oramai vicina mandò Severn a visitare il luogo della sua sepoltura e, alla descrizione fatta dal suo amico, disse che “gli pareva già di sentire come i fiori gli crescevano sopra”. Per suo espresso desiderio insieme alla bara furono seppellite le lettere della fidanzata Fanny, che non aveva voluto sciogliere la promessa di matrimonio anche quando fu lui, sapendosi condannato, a chiederlo; ed una ciocca dei capelli che lei gli aveva donato. La sua ossessione era di morire troppo presto, prima di aver scritto opere degne di memoria. Non sappiamo quanto abbiamo perduto con la sua prematura scomparsa, ma almeno quell’ossessione si rivelò infondata: giovanissimo Keats aveva alle spalle alcune delle odi più grandi mai concepite. Keats e Shelley si conoscevano bene ma non c’era intimità tra loro, anche se la malattia del più giovane aveva intensificato il rapporto. Ipersensibile al dolore, Shelley accusò quel lutto come fosse la morte stessa della poesia in fiore e di ogni altro poeta, presago forse del destino tragico che lo attendeva: salpato dal porto di Livorno a bordo della sua barca, l’Ariel, fu sorpreso al largo da una violenta tempesta. Solo dopo dieci giorni il corpo fu restituito dal mare, ormai privo di vita ed irriconoscibile. In quell’occasione Byron, che era accorso appena saputo dell’accaduto, notò un rigonfiamento nella sua tasca, si chinò e ne estrasse il libro delle poesie di Keats piegato in due, “come se chi stava leggendo avesse dovuto metterlo via in fretta”. Era il 18 giugno del 1821, Shelley moriva poco prima di compiere trent’anni: il suo corpo fu bruciato sulla spiaggia vicino Viareggio, il cuore venne poi estratto intatto dalla pira e custodito per tutta la vita da Mary Shelley, mentre le ceneri vennero sepolte nel Cimitero Acattolico di Roma dove il poeta viene ancora oggi celebrato da alcuni versi della Tempesta di Shakespeare incisi sulla pietra tombale:

Nothing of him that doth fade,
Buth doth suffer a sea-change
Into something rich and strange.

A poche centinaia di metri John Keats, che riposa in una tomba senza nome accanto al “fedele amico e compagno di avello” J. Severn, è invece ricordato dalla nota iscrizione:

This grave
Contains all that was Mortal,
of a
YOUNG ENGLISH POET
Who,
on his Death Bed,
in the Bitterness of his Heart
at the Malicious Power of his Enemies,
Desired
These Words to be engraven
On his Tomb Stone
“Here lies One
Whose Name was writ in Water”.
Feb 24th 1821



Pur essendo nato spontaneamente proprio per dare degna sepoltura ai protestanti ed agli ortodossi morti nella nostra città, il Cimitero Acattolico col tempo ha finito per ospitare anche personalità del mondo civile, e soprattutto culturale, italiano: rappresentanti, in qualche modo, di una cultura alternativa, “straniera” rispetto a quella dominante. In questo luogo del pensiero abbellito da grandi cipressi centenari e dalla creatività dell’uomo, per loro espressa volontà hanno infatti trovato riposo, tra gli altri, il grande scrittore Carlo Emilio Gadda, il fondatore del partito comunista Antonio Gramsci, il poeta Dario Bellezza, il fisico nucleare Bruno Pontecorvo, la scrittrice Luce d’Eramo, il filosofo Antonio Labriola e la poetessa Amelia Rosselli.
Inserito nel 2005 dal World Monument Fund tra i cento monumenti più a rischio del pianeta, il Cimitero è sempre alle prese con una cronica mancanza di fondi. Certo, chi lo visita non ha affatto un’impressione di degrado. Al contrario, i viali sono puliti e la vegetazione curata quasi come in un orto botanico. Ma poi ci si accorge del nero che ricopre il marmo corrodendolo, si nota la differenza tra le poche statue faticosamente restaurate e quelle che si stanno sgretolando, si vedono lapidi che addirittura si staccano. E ci sono anche altri problemi, ancora più gravi, come lo smottamento del terreno nell’area vicino agli uffici, con i sepolcri che letteralmente sprofondano.
Ed allora per un attimo, ma soltanto per un attimo, si ha la spiacevole sensazione che quello che era il cimitero degli stranieri, assediato dal traffico metropolitano e forse dall’indifferenza, abbia cominciato a sentirsi “estraneo” alla terra che lo ospita.