martedì 11 dicembre 2007

Breve ma veridica storia del Cimitero Acattolico di Roma




“Una mescolanza di lacrime e di sorrisi, di pietre e di fiori, di cipressi solenni e di cielo luminoso, che ci dà l’impressione di uno sguardo alla morte dal lato più felice della tomba.”

Con queste parole Henry James descriveva nel 1873 il Cimitero Acattolico di Roma che, situato a ridosso delle Mura Aureliane proprio accanto alla Piramide di Caio Cestio, è uno dei cimiteri più antichi e suggestivi d’Europa. In uno spazio di appena due ettari quasi quattromila persone vi hanno trovato sepoltura, per la maggior parte inglesi e tedeschi, anche se rilevante è la presenza di americani, scandinavi, russi, greci e, naturalmente, italiani.
Dal momento che la Chiesa Cattolica vietava di tumulare in terra consacrata coloro che per nascita o per condotta di vita non si fossero uniformati alle sue regole (e quindi protestanti, ebrei e ortodossi, ma anche suicidi, prostitute e persino attori), dopo morte queste persone venivano seppellite al di fuori delle mura sancendo in questo modo la loro “espulsione” dalla comunità cristiana cittadina. Un cimitero in massima parte riservato agli attori, ma anche alle prostitute che nella zona esercitavano la professione, era situato presso il “Muro Torto”, tra il Pincio e Piazzale Flaminio. Il cimitero degli ebrei si trovava invece sulla collina dell’Aventino, di fronte al Circo Massimo, e veniva volgarmente chiamato “ortaccio degli ebrei” (oggi vi sorge il Roseto Comunale). La nascita del Cimitero Acattolico è ancora adesso abbastanza controversa. Certo è che, nonostante la riluttanza della Chiesa, il problema di riservare un’area per la sepoltura degli eretici divenne sempre più pressante nel periodo del “Grand Tour”, quando gli stranieri di estrazione sociale elevata che si recavano a Roma aumentarono notevolmente e non potevano più essere sepolti con prostitute o suicidi. Con una certa sicurezza possiamo affermare che la prima persona a venir seppellita nell’attuale zona cimiteriale fu uno studente venticinquenne di Oxford a nome Langton, nell’anno 1738; anche se la fondazione vera e propria del cimitero viene tradizionalmente fatta risalire al 1765 quando un giovane patrizio di Hannover perì cadendo dalla sua carrozza sulla via Flaminia: avendo egli espresso in precedenza il desiderio di essere sepolto a Roma, all’ombra della Piramide Cestia, fu esaudito dallo stesso Papa che così legittimò ufficialmente la creazione del cimitero. Comunque ancora agli inizi dell’Ottocento la zona del Cimitero Acattolico faceva parte dell’Agro ed era nota come “prati del popolo romano”: territorio di feste e di bivacchi notturni quello intorno al monte Testaccio, dove la città aveva le sue osterie ed i suoi ritrovi allegri e goderecci tanto che, ancora nel 1810, si legge in opere di memorialisti inglesi come le tombe venissero talvolta profanate da fanatici e da ubriachi. E’ naturale che, continuando quella ad essere una zona di divertimenti popolari, si facesse impellente il bisogno di recingere e proteggere il Cimitero. Così nel 1817 una zona confinante i “prati”, fu recintata a spese delle autorità pontificie ed è oggi chiamata “zona vecchia”. Mentre fu solo nel 1824, dopo aspre critiche da parte del Parlamento inglese, che Leone XII acconsentì alla recinzione della zona primitiva del cimitero, detta “parte antica”, con una specie di fossato, unica difesa per circa mezzo secolo (il muro che oggi circonda la “parte antica” è stato infatti eretto intorno al 1870). Il 16 agosto del 1894, poi, l’Ambasciata di Germania, anche a nome delle Colonie Estere Acattoliche, acquistò 4.300 metri quadrati in aggiunta all’area cimiteriale esistente, completandone definitivamente l’assetto. Non è semplice avere notizie esatte sulle persone da allora sepolte. Il registro che si trova all’ingresso principale con indicazione del nome e del numero di tomba del defunto, non dà ragguagli sulla professione e sulla nazionalità. Come indica il nome ufficiale il Cimitero Acattolico di Roma è il luogo per l’ultimo riposo non solo dei protestanti, ma anche degli stranieri non cattolici più in generale. Definito da Oscar Wilde “il posto più sacro di Roma”, molti sono gli artisti, o comunque i personaggi di un certo rilievo, che qui riposano. Tra gli altri ricordiamo Gregory Corso (uno dei più importanti poeti della beat generation); Belinda Lee (notissima attrice inglese); William Story (scultore statunitense, sepolto accanto alla moglie sotto il proprio lavoro Angel of Grief); Hendrik Andersen (scultore svedese); Karl Briullov (grande pittore russo); August von Goethe (unico figlio del grande poeta tedesco); Mohammad Hassein Naghdi (leader della resistenza iraniana, ucciso a Roma nel 1993) e molti altri ancora. Certo è che gran parte della fama di questo luogo, è dovuta alla presenza delle tombe dei due celebri poeti romantici inglesi: Percy Bysshe Shelley e John Keats. La vita li fece conoscere, favorendone in questo modo l’amicizia, ma fu la morte a legarli per sempre. Quando giunge in Italia, nel 1822, Shelley ha già una discreta fama di autore anticonformista ed ha da tempo provveduto a rompere definitivamente con la propria famiglia di appartenenza dopo l’espulsione dalla Oxford University. E’un giovane impregnato di credi filosofici rivoluzionari, tra cui il libero amore ed infatti ha lasciato la sua prima moglie per la giovanissima Mary Godwin (scrittrice anch’essa ed autrice del romanzo Frankenstein), anche se finirà per innamorarsi della sorella di lei, Claire. Il giovane poeta ha in sé delle ferite, la cui origine non ci è dato conoscere né indagare: soffre di nervi, si accende facilmente. Studente focoso e disordinato, a Eton lo ricordano remare ore lungo il Tamigi per placare i frequenti eccessi di collera. Giunto in Italia, in Liguria, dove per la prima volta apparirà felice, strinse un intenso sodalizio con un altro poeta inglese, Lord Byron. Leggenda vuole che un giorno, sul tratto di costa tra Pisa e Lerici, Byron cercò di insegnargli i fondamenti del nuoto, invitandolo innanzi tutto a tuffarsi e lasciarsi risalire naturalmente. Ma notò con orrore che, raggiunto il fondo, questi se ne stava giù, immobile, e dovette tuffarsi ed immergersi per salvarlo dalla morte. Al contrario di Shelley, che era sceso in Italia per scelta e vocazione trascorrendovi forse gli anni più belli della sua vita, John Keats vi giunse già irrimediabilmente condannato dalla tisi rivelatasi all’età di venticinque anni con un emorragia improvvisa. Energico, emotivamente fragile ma fisicamente robusto, sempre portato all’eccesso, pensava di imbarcarsi come medico di bordo su di un qualche bastimento sfruttando la sua laurea in medicina: si era sempre rifiutato di praticare ma, erosi i pochi capitali, vivere di letteratura diveniva sempre più difficile. Lo sbocco di sangue pose fine ad ogni indecisione. Keats aveva da poco tempo perso il fratello Tom per lo stesso male ed il suo medico gli consigliò, come tentativo estremo, il mite clima italiano. Shelley gli scrisse invitandolo a Pisa, ma Keats aveva già provveduto ad affittare un piccolo appartamento a Roma, in Piazza di Spagna 26, ora divenuto casa museo. Nel settembre del 1820 s’imbarcò, accompagnato da Severn, un suo amico pittore, in un viaggio atlantico estremamente difficoltoso. Giunto nel nostro Paese visse da novembre a febbraio nella piccola abitazione romana, assistito dall’amico che gli scaldava nel camino i pasti acquistati in una trattoria vicina. Crudele paragonare il suo arrivo in Italia a quello di Shelley. Roma non era per lui una meta culturale ma il punto d’arrivo di una parabola esistenziale troppo breve, poiché pur avendo deciso impetuosamente di tentare la sorte, non si era mai illuso: morì infatti, all’età di soli ventisei anni, il 23 febbraio del 1821. Pare che sentendo la morte oramai vicina mandò Severn a visitare il luogo della sua sepoltura e, alla descrizione fatta dal suo amico, disse che “gli pareva già di sentire come i fiori gli crescevano sopra”. Per suo espresso desiderio insieme alla bara furono seppellite le lettere della fidanzata Fanny, che non aveva voluto sciogliere la promessa di matrimonio anche quando fu lui, sapendosi condannato, a chiederlo; ed una ciocca dei capelli che lei gli aveva donato. La sua ossessione era di morire troppo presto, prima di aver scritto opere degne di memoria. Non sappiamo quanto abbiamo perduto con la sua prematura scomparsa, ma almeno quell’ossessione si rivelò infondata: giovanissimo Keats aveva alle spalle alcune delle odi più grandi mai concepite. Keats e Shelley si conoscevano bene ma non c’era intimità tra loro, anche se la malattia del più giovane aveva intensificato il rapporto. Ipersensibile al dolore, Shelley accusò quel lutto come fosse la morte stessa della poesia in fiore e di ogni altro poeta, presago forse del destino tragico che lo attendeva: salpato dal porto di Livorno a bordo della sua barca, l’Ariel, fu sorpreso al largo da una violenta tempesta. Solo dopo dieci giorni il corpo fu restituito dal mare, ormai privo di vita ed irriconoscibile. In quell’occasione Byron, che era accorso appena saputo dell’accaduto, notò un rigonfiamento nella sua tasca, si chinò e ne estrasse il libro delle poesie di Keats piegato in due, “come se chi stava leggendo avesse dovuto metterlo via in fretta”. Era il 18 giugno del 1821, Shelley moriva poco prima di compiere trent’anni: il suo corpo fu bruciato sulla spiaggia vicino Viareggio, il cuore venne poi estratto intatto dalla pira e custodito per tutta la vita da Mary Shelley, mentre le ceneri vennero sepolte nel Cimitero Acattolico di Roma dove il poeta viene ancora oggi celebrato da alcuni versi della Tempesta di Shakespeare incisi sulla pietra tombale:

Nothing of him that doth fade,
Buth doth suffer a sea-change
Into something rich and strange.

A poche centinaia di metri John Keats, che riposa in una tomba senza nome accanto al “fedele amico e compagno di avello” J. Severn, è invece ricordato dalla nota iscrizione:

This grave
Contains all that was Mortal,
of a
YOUNG ENGLISH POET
Who,
on his Death Bed,
in the Bitterness of his Heart
at the Malicious Power of his Enemies,
Desired
These Words to be engraven
On his Tomb Stone
“Here lies One
Whose Name was writ in Water”.
Feb 24th 1821



Pur essendo nato spontaneamente proprio per dare degna sepoltura ai protestanti ed agli ortodossi morti nella nostra città, il Cimitero Acattolico col tempo ha finito per ospitare anche personalità del mondo civile, e soprattutto culturale, italiano: rappresentanti, in qualche modo, di una cultura alternativa, “straniera” rispetto a quella dominante. In questo luogo del pensiero abbellito da grandi cipressi centenari e dalla creatività dell’uomo, per loro espressa volontà hanno infatti trovato riposo, tra gli altri, il grande scrittore Carlo Emilio Gadda, il fondatore del partito comunista Antonio Gramsci, il poeta Dario Bellezza, il fisico nucleare Bruno Pontecorvo, la scrittrice Luce d’Eramo, il filosofo Antonio Labriola e la poetessa Amelia Rosselli.
Inserito nel 2005 dal World Monument Fund tra i cento monumenti più a rischio del pianeta, il Cimitero è sempre alle prese con una cronica mancanza di fondi. Certo, chi lo visita non ha affatto un’impressione di degrado. Al contrario, i viali sono puliti e la vegetazione curata quasi come in un orto botanico. Ma poi ci si accorge del nero che ricopre il marmo corrodendolo, si nota la differenza tra le poche statue faticosamente restaurate e quelle che si stanno sgretolando, si vedono lapidi che addirittura si staccano. E ci sono anche altri problemi, ancora più gravi, come lo smottamento del terreno nell’area vicino agli uffici, con i sepolcri che letteralmente sprofondano.
Ed allora per un attimo, ma soltanto per un attimo, si ha la spiacevole sensazione che quello che era il cimitero degli stranieri, assediato dal traffico metropolitano e forse dall’indifferenza, abbia cominciato a sentirsi “estraneo” alla terra che lo ospita.

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