giovedì 13 dicembre 2007

----- L'OMBRA DISTRATTA DEL PARADISO -----


Percorso immaginifico all'interno del Cimitero Acattolico di Roma

“Io ascolto sempre le storie che i posti vogliono raccontare e il Cimitero degli Inglesi mi ha svelato la sua. Tutto iniziò la prima volta che ci venni, esattamente venti anni fa: ne rimasi letteralmente stregato. Aveva un’aria così decadente, quasi apocalittica.” Con queste parole Germano Panettieri introduce il Cimitero Acattolico di Roma, luogo dell’ultimo riposo di poeti, artisti, musicisti e studiosi, ma anche di tante persone comuni con le proprie storie di vita e di morte. Tutto insieme mescolato dal tempo e dalle religioni: tra i danni dell’incuria, le carezze di chi vuol riparare, i ricordi spezzati, i su e giù della vita, le curve, le sconnessioni, le storture e le stratificazioni. Addentrarsi al suo interno consente di leggere nella pietra dei monumenti come un mondo si sia trasformato, e con esso il senso della memoria della nostra società; consente di capire come alla diversità della sua rappresentazione corrisponda il diverso significato che di volta in volta si è dato alla presenza della morte nella città dei vivi. Una storia particolare, naturalmente, raccontata dalle migliaia di lapidi, cappelle, tombe e monumenti che costituiscono la segnaletica morale di questa moderna necropoli, ma anche l’arredo urbano di una città che aveva fatto della raffigurazione pubblica del dolore privato, un messaggio, una testimonianza da lasciare in eredità. Una storia finita, però, sospinta in un vicolo cieco da una mutazione della sensibilità che preme verso altre forme di distacco come la cremazione ad esempio, la quale nonostante le sue premesse sociali e funzionali di fatto sancisce un’ulteriore privatizzazione della morte riducendola a patto del singolo con la sola memoria familiare: senza tracce cioè della sua incidenza pubblica e del suo valore testimoniale. Liquidiamo la morte come un tabù da esorcizzare con la promessa biologica delle lunga vita insomma, relegandone la memoria nell’anacronismo di un’archeologia privata e sentimentale. Accusando di retorica la memoria, non abbiamo imparato a costruirne una nuova raffigurazione: sottratti alla vita, monumenti e cimiteri come questo sono diventati ornamenti del passato, non più utili strumenti di riappropriazione di quel che fu. Forse proprio per tale motivo all’autore non interessa il compianto, quanto il paradosso. Il paradosso rappresentato proprio dai suoi scatti che segnalano un’assenza mentre raccontano una presenza, facendo di questa sorta di reportage non una meditazione sulla morte ma sulla vita. Osservando con attenzione queste foto noteremo come ognuna delle lapidi o statue o cippi inquadrati dall’obiettivo ha una forma a sé, una forma pensata all’interno del tutto come un appassionato gioco di prestigio atto a riprendere quel discorso comune fatto di sottile intimità con il soggetto fotografato. Una intimità che, come in certi amori instancabili, non cessa mai di chiedere sempre maggiore vicinanza.

1 commento:

  1. GENTILE FOTOGRAFO DI COSE BELLE, OSSERVATORE ESTASIATO E INSTANCABILE...COME UN CANTASTORIE CURIOSO TE NE VAI PER LA CITTA' ALLA RICERCA DI SEGRETI DA RACCONTARE...SEGRETI CHE ROMA E' PRONTA A SVELARE A CHI, COME TE, CAMMINA IN PUNTA DI PIEDI PER AVVICINARVISI, ASCOLTANDO QUANTO GLI VIENE DETTO E RUBANDO CON OCCHI INDISCRETI IL RESTO, PER POI REGALARCELO...

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